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Disconoscimento paternità: quando può essere esercitata l'azione?

L’azione di disconoscimento di paternità consiste nell’accertamento e dunque nel riconoscimento da parte del Giudice dell’inesistenza di un legame biologico tra il presunto padre e il presunto figlio, nato quest’ultimo in circostanza di matrimonio.

Secondo il principio della “presunzione di paternità” vigente nel nostro ordinamento giuridico il marito della madre si ritiene essere padre del bambino concepito o nato in costanza di matrimonio.

Si presume concepito durante il matrimonio il figlio nato quando non sono ancora trascorsi trecento giorni dalla data dell'annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio.

La presunzione non opera decorsi 300 giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale, o dalla omologazione di separazione consensuale, ovvero dalla data della comparizione dei coniugi avanti al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione .

Nel caso di figlio nato dopo i 300 giorni dall'annullamento, dallo scioglimento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio,o anche dalla pronuncia di separazione giudiziale, o dalla omologazione di separazione consensuale,sarà possibile per ciascun genitore o eredi provare che il figlio è stato concepito durante il matrimonio.

In ogni casoil figlio può provare di essere stato concepito durante il matrimonio.

Disconoscimento paternità: procedura, termini e soggetti legittimati 

L’azione di disconoscimento di paternità, da incardinare presso il Tribunale del luogo di residenza del convenuto, mediante l’assistenza di un legale, deve osservare dei termini ben precisi, i quali variano a seconda del soggetto agente.

I soggetti legittimati a proporre l’azione di disconoscimento sono:

- il marito;

- la madre;

- il figlio maggiorenne;

- un curatore nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del figlio minore che ha compiuto i quattordici anni o, se si tratta di figlio di età inferiore, del pubblico ministero o dell'altro genitore;

- i discendenti o gli ascendenti del presunto padre o della madre se questi sono morti e non è decorso il termine per esercitare l'azione;

- il coniuge o i discendenti del figlio morto senza aver promosso l'azione.

In merito ai termini per proporre l’azione:

- Per la madre vige il termine massimo di sei mesi, decorrenti o dalla nascita del figlio o dal giorno in cui è eventualmente venuta a conoscenza del fatto che il marito, al momento del concepimento, era affetto da impotenza di generare;

- Il marito può disconoscere il figlio entro un anno decorrente dal giorno della nascita quando egli si trovava al tempo di questa nel luogo in cui è nato il figlio; se prova di aver ignorato la propria impotenza di generare ovvero l'adulterio della moglie al tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza;

- L'azione è imprescrittibile riguardo al figlio, anche se maggiorenne;

In ogni caso l'azione non può più essere esercitata una volta che siano decorsi cinque anni dalla nascita.

- Per i discendenti o gli ascendenti della madre o del marito, l’azione è esperibile dalla morte del presunto padre/madre se morti senza averla promossa, ma prima che sia decorso il termine loro assegnato dalla legge. In questo caso il nuovo termine decorre o dalla nascita del figlio (se si tratta di figlio postumo) o dal raggiungimento della maggiore età.

- Coniuge o discendenti del figlio se costui muore senza aver promossa l’azione, nel termine di un anno dalla morte del figlio o dal raggiungimento della maggiore età.

Disconoscimento paternità: la prova del difetto di paternità e conseguenze del disconoscimento 

Chi esercita l'azione è ammesso a provare che non sussiste rapporto di filiazione tra il figlio e il presunto padre. La sola dichiarazione della madre non esclude la paternità.

I testimoni rientrano tra i mezzi probatori impiegabili, anche se la prova per eccellenza è l'esame del DNA, in grado di stabilire, senza ombra di dubbio, se la paternità del figlio è accertata o disconosciuta.

Ma cosa accade se il disconoscimento viene accertato?

La pronuncia giudiziale di disconoscimento  comporta l’estinzione del rapporto di filiazione, con conseguenti effetti che possono così argomentarsi:

perdita dello status di figlio e del cognome di colui che risultava essere precedentemente padre, a meno che il cognome non sia già divenuto elemento connotativo e distintivo della identità personale del figlio. In questo caso il Giudice potrebbe anche decidere di lasciare il cognome.

esonero da parte del marito/padre dei doveri di assistenza, istruzione ed educazione.

Disconoscimento paternità: quando il padre ha un ripensamento 

In materia di disconoscimento di paternità, merita una riflessione il caso concernente il disconoscimento richiesto dal padre che inizialmente presta il proprio consenso alla fecondazione eterologa e successivamente abbia un ripensamento.

Sul punto, la Suprema Corte di Cassazione ha statuito, con sentenza n. 30294/2017, che la revoca del consenso non può avvenire a trattamento embrionale iniziato e debba prevalere comunque l’esclusivo diritto del figlio ad avere un padre al momento della nascita. Laddove infatti si consentisse il disconoscimento di paternità al marito (inizialmente consenziente) della partoriente, si eliminerebbe arbitrariamente l’interesse del minore – costituzionalmente rilevante – consistente nel fruire di un equilibrato rapporto affettivo, derivante dalla persistenza delle due figure genitoriali.

In altre parole, al verificarsi di una ipotesi simile, è da considerarsi illegittima la richiesta di disconoscimento eventualmente avanzata.

Lo studio Arnone&Sicomo ha al suo interno un dipartimento di avvocati specializzati in diritto di famiglia.

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